Amore di randagio

Per una carezza

una soltanto

piega la schiena

ai colpi

di frusta

e

peggio ancora

alla beffa di un sorriso

a prezzo fisso

puoi diventarne i padrone

facile schiavo delle tue voglie

al prezzo di uno sguardo

quasi gentile

nulla ti costerà

che se lo abbandoni non saprà protestare

guairà sottovoce

e sè stesso insultando

toglierà dalla tua coscienza

ogni dubbio di colpa

per una carezza

si può vendere il cuore a pezzi

per una carezza

farsi schiacciare l’anima

per una carezza assaggiare il nero fondo

della notte

e nemmeno prendersi il lusso

di ululare alla luna.

Per tutti i randagi del mondo

ricorda

c’è un bellissimo paradiso

inaccessibile agli indifferenti

inaccessibile a te.

Al binario

Sarò ad aspettarti qui,

in fondo al binario,

sotto l’arco d’acciaio

in mezzo a gente di vetro.

Mi vedrai, quasi incerto,

mentre cammini

sollevando lo sguardo

dietro la spalla

della ragazza con la pelliccia.

Passerà un secondo, forse due,

dopo avermi trovata.

Non farò un gesto solo,

non lo farai, tu,

per lasciarci il lusso

del tempo,

tutto il tempo, di guardarci

e a me

di vedere

i tuoi occhi,

belli occhi,

cambiare espressione.

Le tue labbra,

belle labbra,

disegnare un sorriso,

lento,

dietro il fumo della tua sigaretta.

Scenderà in me come

un rivolo d’acqua fresca

il movimento languido delle pupille.

Senza bisogno di parole

stabiliremo il contatto.

Non mi spiegherai,

non ti chiederò…

a che servirà?

Tutto si poserà

come nuovo strato di certezza

sulle coltri della memoria.

Sotto l’arco di vetro e di acciaio

noi saremo

insieme,

al tuo ritorno,

nello spazio immenso della mia

attesa: casa tua.

Neve

La neve è un regalo.

inevitabile si stende,

indifferente agli spigoli

gioca con gli occhi tuoi

come bambini tra le coperte,

risate di lana e cotone.

Il freddo è una musica

e tu, ballando, mi desideri

e canti, mentre il fumo

di un bacio ti esce dal sorriso.

La neve se ne frega

come un gatto:

si accoccola dove càpita

fa le fusa aspettando

la carezza di uno sguardo

e al mondo grigio e brontolone dice

“dai che ti abbraccio”.

Io ti ho creduto

Era aperta,

lo sai

la mia porta,

spalancata

al mattino,

alla tua voce

un’eco

dalle scale,

con il pane

appena comprato,

era aperta.

Non ti bastava che spingere leggermente

col gomito,

perchè le braccia e il sorriso

occupati dal presente,

ed entrare.

Le finestre aperte al sole,

o alla pioggia se vuoi,

ma erano aperte.

Ne potevi approfittare,

invece ne hai abusato.

Hai perso.

Tu solo

hai perso.

Scoprirò che tutto si può perdonare.

Ma come è difficile

quando

lo devi fare sorridendo

alla menzogna.

 

… e adesso lasciati guardare

Dopo la tempesta il vento,

il vento si placa e

largo l’orizzonte respira,

linea tracciata

dallo sguardo intero.

Calmo,

questo vento

che già penetrò nel profondo

abisso

dell’acqua scura,

che la turbò,

che la sconvolse.

Ora non più che un alito

di zagare e quiete profuma

e sfiora l’onda che riposa.

Dormi,

ti prego, e sogna

di me che ti vivo

in estasi accanto.

Sicuro come la realtà

Non ricordo, tutto e’ avvolto nella nebbia. Densa, biancastra, lattiginosa. D’altra parte e’ un sogno! Comunque… Eccomi in una stanza, dormo…. E’ la mia stanza. Mi rivolto nel letto e vedo una luce riflessa sullo stipite della porta. Avro’ lasciato il computer acceso. Mi rivolto. Apro un occhio. Perplessa. Immersa nel sonno, in un sonno perplesso. Mi volto ancora. No, e’ proprio una luce, e non e’ quella del computer, troppo….luce. E sento anche delle voci…. Mi alzo di scatto, cuore in gola, tutto e’ improvvisamente reale, no, non è reale, non sarebbe così incerto. Il respiro e’ corto, piedi scalzi, freddo «Chi e’?»
Sei occhi, sei piccoli occhi e qualche risata soffocata:
«Ah, sei qui? Scusa, non ti avevamo vista…»
Realizzo. Le figlie del vicino. Ma ne ha solo due, la terza chi e’? Ma come si permettono di portare un’amica senza dirmelo?
«Ma come siete entrate?» Sarebbe da chiedere… Ma e’ un sogno… E non lo domando, me lo figuro. Spariscono, restano le risate, il chiasso da bambini, ma loro spariscono. Come il sorriso del gatto di Alice. Il gatto sparisce, il sorriso rimane. Anche Alice sognava?
Be’ gia’ che sono in piedi, eccomi per strada. No, in un negozio, dal benzinaio, dove? Non lo so. Non so neanche cosa ho comprato. Sta di fatto che sto pagando. C’e’ sempre qualcosa da pagare a questo mondo, accidenti. Non trovo il borsellino, busta, carta, matita, rossetto, astuccio, astuccio, astuccio. Finalmente! Borsellino, carta di credito. Via. Mettere via in borsa e sparire. Dove vado? Non so, mi ritrovo a scendere da una discesa ripida, rallento, non sono da sola, qualcuno davanti mi fa fretta. Dobbiamo uscire. Ma da dove? Dobbiamo uscire insomma, e il cancello e’ ostinatamente chiuso. Abbiamo fretta. Ma perche’ cavoli!?
Odddio!! Ho addosso i pattini a rotelle! Mica posso correre uffa! Pero’ e’ divertente. Piano…. Piano… Pensa alle ossa, piano….passettino passettino arriviamo al cancello. Si potrebbe uscire facendo un po’ di contorsioni, e’ un passaggio quasi da gatti, piccola porta girevole ma….orizzontale. Piu’ facile no eh? Ok, ci sto, se si deve fare e facciamolo!
Passiamo a fatica e ci imbrattiamo di…. Spazzatura, si, spazzatura, quella umida. Sicche’ mi ritrovo con la testa piena di bucce d’arancia, mandarino…per lo meno e’ frutta di stagione, mani sporche di qualche intruglio non so cosa, ed e’ meglio non saperlo.

Ma ancora qualcosa accade. Stiamo salutandoci. Abbiamo finito? Finito che? Va bene, mettiamo le valigie nel bagagliaio. Cavoli! Le valigie! Ma io neanche le ho fatte! Tornare non si puo’. Dobbiamo partire. Va bene. Andiamo. Senza niente, andiamo. Tanto e’ un sogno! Nel sogno mi ripeto che e’ un sogno. Non sono molto persuasa, ma che posso fare? E’ l’ineluttabile travestito da dubbio.

Mi accorgo lentamente di essere sveglia. Non ricordo un accidente, solo uno strano senso di sicurezza: la realta’. Sollievo.

Violazione

Era lì, bloccata sul sedile di fianco, immobile, agghiacciata, rigida come una statua, non aveva neanche il coraggio di sentire il proprio respiro.

Avrebbe voluto scomparire, non essersi svegliata quella mattina, non aver risposto al citofono, non esserci mai andata, non essere mai vissuta.

Cosa sarebbe accaduto adesso? Un adesso che era già dopo. Come l’avrebbe toccata ancora? Fin dove si sarebbe spinto?

E se, fermandosi ad un semaforo, qualcuno avesse guardato dentro l’abitacolo? Lì dove lei non aveva il coraggio di guardare? Non l’aveva nemmeno sfiorata l’idea che avrebbe potuto essere la sua salvezza, ma solo la vergogna. Disgusto e vergogna, nemmeno per sè ma per quell’essere che aveva di fianco, viscido e molle.

Non avrebbe usato il termine “lui” per definirlo. Come se in quel momento, in quel preciso, terribile e orrido momento qualcosa di grande si fosse innalzato come ultima barriera in difesa e rispetto per l’umanità che anche là dentro si nascondeva.

Era una bambina, e certe cose ancora non le sapeva. Intuiva soltanto che non era bene, non era una bella situazione, per nessuno.

Certe domande sulla sua intimità non riuscivano ad offenderla, non ancora, la disgustavano. Era un disgusto fisico, tangibile, proprio come se le parole fossero state sporche, da non toccare. La stessa, identica sensazione che si prova nel mettere le mani nude nella spazzatura. Non una metafora ma la stessa, la medesima esperienza.

Suoni luridi, non più parole.

Eppure erano le stesse che descrivevano la delicatezza segreta della donna che sarebbe stata. Scoprire di schianto che qualcosa di lei poteva essere osceno. Non erano più le parole, ma lei stessa, lei: la malattia. Come poter distinguere ora l’innocenza?

Non pensava, non ne aveva il tempo. Anzi, il tempo, come i pensieri, era diventato di pietra, duro e pesante marmo. Freddo. Da far sudare le mani.

Aveva paura, aveva disgusto, aveva vergogna, vergogna di non essere più una bambina. Di essere nata femmina.

Eppure non era che una bambina.

Che strano però, non provava odio, quello no. E non l’avrebbe provato nemmeno dopo, nè mai. Poi, molto poi, sarebbero arrivati i giorni della rabbia, poi quelli della pena. Ma l’odio mai.

L’aveva ricattata promettendole regali, i regali che si fanno ai bambini, parlando di cose da bambini con quella faccia da ‘grandi’. Il ricatto è una cosa abominevole, lo riconosceva, sarebbe bastato quello per accendere il rancore. Ma no, nemmeno quello.

Da quel momento, da quel preciso momento però iniziò a imparare una cosa nuova: la pena. Quella cosa strana e calma che colora lo sguardo di tristezza e, nello stesso tempo, lo rende profondo e grande. La pena quella magnanima, quella che non conosce disprezzo o sentenza, ma che non giustifica.

La pena che rammenta la propria meschinità insieme a quella dell’altro. Ma questo sarebbe diventato chiaro molto tempo dopo, molto amore dopo.

In quel momento non era che all’inizio, era solo una bambina terrorizzata di dover mettere la mano nel fango dell’animo umano, di un corpo umano. Obbligata a toccare. Obbligata a farsi toccare. E nemmeno aveva dubbi che certe cose potessero aver a che fare con il vero amore. Niente avrebbe intaccato quella parola, nemmeno adesso. Amore, come una roccia si innalzava ben più forte di prima, Non c’era dubbio, nessuna confusione. Lo sapeva senza che nessuno glielo avesse detto. Mistero.

Lo sapeva che nell’amore, per amore, certi gesti si sarebbero trasformati dolcemente, avrebbero mostrato il significato di una grandezza, il segno di una bellezza ora deturpata ma non assente, mai.

Per amore quei gesti si potevano fare veramente, e per amore anche rinunciare a farli, ma solo per amore, lo stesso amore.

E in nome di quell’amore così desiderato, atteso e, tempo dopo incontrato, un giorno, tempo dopo, avrebbe trovato stampata accanto al pesante ricordo la pace di un perdono.

Adesso è

Fotografie

mi mettono al tappeto,

tu mi abbracciavi

con cento sguardi e un sorriso

ora dove sei

che ti ho perduto ieri?

Fotografie

in fila indiana

giocano a fare

il film della vita.

Burle.

Da che passato è passato

resta solo

un adesso.

Salutami i tuoi sogni,

che qui si fa

per vivere.

E questo è tutto.

Ritardi

Perchè adesso?

Perchè?

alla fine del viaggio

sulla porta dove campeggia

‘uscita’

sul cartello del vissuto

giorno

Perchè adesso

solo ora, perchè?

Avrebbe potuto

essere

una quieta libertà

mentre ora assaggia

l’impazienza

l’ingordigia

dopo la fame

e la sete

non vuole meno

di tutto.

Quando portava le calzette corte

la mia storia

era agganciata

ad un ricatto

ed ora che le servirebbe un bastone

corre come il vento

ebbra di un

suadente azzurro.

Ma

dannazione!

Perchè solo adesso?

languido

Cosa c’è dietro le tue parole?

che affonda come lama

che insinua come fumo

che spinge

che tocca

e l’onda rallenta

del mare

il fiato.

Calma, io cerco la calma della ragione

mentre l’istinto risucchia

l’estremità del giudizio.

terribile naufragio

sarebbe

il languido abbandono

alle tue sponde

il mio porto sicuro

è prendere il largo

e sotto questo cielo di nubi frastornato

lo so

dovrei salpare.

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